Covid, studio di Crisanti: i tamponi rapidi non rilevano le varianti

Roma, 30 marzo – Le varianti del gene N del Covid possono compromettere la capacità di utilizzare i test antigenici sia per la diagnosi che per i test di massa volti a controllare la trasmissione del virus. È quanto emerge dallo Visualizza immagine di originestudio Emersione di varianti genetiche dell’antigene N Sars-Cov-2, condotto da un team di ricercatori coordinato dal direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’Università di Padova Andrea Crisanti (nella foto), insieme tra gli altri a Stefano Toppo,  associato di Biochimica in forza allo stesso di Dipartimento e al CRIBI Biotech Center,  il Centro ricerca interdipartimentale per le Biotecnologie innovative dell’Università di Padova. Lo studio è stato pubblicato in preprint il 25 marzo scorso su medRxiv.

Le varianti genetiche del coronavirus rappresentano una grande minaccia per gli sforzi di vaccinazione in tutto il mondo, in quanto possono aumentare il tasso di trasmissione del virus e conferire la capacità al virus di sfuggire all’immunità indotta dal vaccino, con effetti a catena rispettivamente sulla soglia di immunità di gregge e sull’efficacia del vaccino. Queste varianti riguardano la proteina Spike codificata dal gene S coinvolta nell’ingresso del virus nelle cellule dell’ospite e bersaglio principale dei vaccini. Ma possono interessare – spiegano i ricercatori – tutto il genoma del virus. In particolare, uno dei geni che presenta numerose varianti, anche leggermente più degli altri secondo le ultime stime, è quello che codifica per proteina ‘N’ del virus, che è responsabile dell’impacchettamento del materiale genetico del virus e che viene chiamata, appunto, nucleoproteina.

In Italia, come in molti Paesi europei, i test antigenici stanno guadagnando molta popolarità grazie alla loro flessibilità e facilità d’uso e sono sempre più usati per indagini di massa con lo scopo di diminuire la trasmissione del virus in grandi comunità. Dal giugno dello scorso anno alcune Regioni in Italia hanno progressivamente esteso l’utilizzo di massa del test antigenico con l’obiettivo di sostituire progressivamente i tamponi molecolari.

Durante la conduzione di un approfondimento diagnostico è emerso che alcuni campioni di tampone, che non risultavano positivi ai test antigenici mostravano un’elevata carica virale nei test Rt-Pcr. L’analisi di sequenziamento dei virus che mostravano risultati discordanti nei test molecolari e antigenici ha rivelato la presenza di molteplici mutazioni distruttive nella struttura della proteina N (la proteina virale utilizzata per rilevare la presenza del virus nei test antigenici), raggruppate dalla posizione 229 alla 374, una regione nota per contenere le aree chiave che permettono l’identificazione del virus in questi test. Una frazione rilevante delle varianti non rilevabili nel test antigenico conteneva le mutazioni A376t accoppiate a M241i.

Ulteriori prove di laboratorio hanno inoltre dimostrato che questa problematica è comune a test antigenici sviluppati da diversi produttori” spiega Crisanti. “Le sequenze di virus con queste mutazioni sono molto più frequenti nei campioni negativi ai test antigenici ma con Pcr positiva e sono progressivamente aumentate di frequenza nel tempo in Veneto, regione che ha aumentato notevolmente l’utilizzo dei test antigenici raggiungendo quasi il 68% del totale. Si ipotizza, quindi – conclude Crisanti – che l’utilizzo di massa dei test antigenici rapidi possa involontariamente favorire la diffusione di varianti virali non rilevabili da parte di questi test, contribuendo così alla loro libera circolazione e all’inefficacia del loro contenimento”.