Covid, parte male la campagna vaccinale: date solo 52 mila dosi

Rome, Italy 27/12/2020: Covid 19 vaccines campaign. Spallanzani Institute. © Andrea Sabbadini

Roma, 4 gennaio – Doveva essere una marcia ad andatura sostenuta e invece comincia decisamente lento pede  la campagna per immunizzare gli italiani dal virus Sars CoV 2: nei primi tre giorni, secondo quanto riferisce una nota Ansa di sabato scorso,  sono state somministrate oltre 52mila dosi, poco più di una su dieci delle 469.950 fiale Pfizer-Biontech già consegnate. Poche, anzi pochissime, come dimostra impietosamente il confronto con quanto avviene in altri Paesi, dove si procede a ritmi decisamente più elevati: tralasciando Israele, che ha vaccinato oltre l’11% della popolazione, dall’Inghilterra alla Germania, passando per Polonia e Croazia, molti stanno facendo meglio dell’Italia, che finora ha coperto lo 0,08% dei cittadini (ma va tenuto conto che al momento il vaccino non è previsto sotto i 16 anni).

Mentre la Provincia autonoma di Trento marcia a ritmo sostenuto (quasi il 35% delle dosi consegnate), il Lazio è la prima Regione per vaccini somministrati in assoluto, quasi 11mila (oltre il 23%). Con numeri ben inferiori, anche l’Umbria sfiora il 20%, mentre sette Regioni non arrivano al 4% delle fiale a loro disposizione: Abruzzo, Lombardia, Calabria, Basilicata, Valle d’Aosta, Sardegna e il Molise, che con l’1,7% è il fanalino di coda nella graduatoria aggiornata ogni giorno dal commissario per l’emergenza.

“OVisualizza immagine di origineccorre una poderosa accelerazione” avverte la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa (foto a sinistra), sottolineando che “le Regioni devono mettersi a correre: nessuna dose utilizzabile può attendere di essere usata anche solo per qualche ora. Usiamo anche le ore serali ma corriamo. Presto arriverà anche il vaccino di Moderna”.

La questione è inevitabilmente diventata occasione per  le polemiche politiche. “Il ritmo a cui il vaccino viene somministrato in questi primi giorni è davvero preoccupante” denuncia Italia Viva, il partiti di Matteo Renzi che partecipa alla maggioranza di governo, senza però mai perdere un’occasione per attaccarne le decisioni.

In Lombardia i partiti di opposizione, Pd e M5S, attaccano la giunta Fontana parlando di “confronto disarmante con altre Regioni”. Ma l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera parla di “polemiche pretestuose”, mentre  Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, predica pazienza: “Mi metterei a guardare tra qualche giorno e qualche settimana, non minuto per minuto”.

Lo stesso Bonaccini, consapevole che un’impresa titanica qual è quella di vaccinare decine di milioni di italiani non può essere compiuta se non si può contare su un “esercito” che, oltre che preparato. deve essere anche numericamente consistente, ha aperto alla possibilità di reclutare anche le farmacie: “Sarebbe una cosa utile, si tratta di affinare un protocollo, vedremo” ha detto al Tgr Rai il presidente del “parlamentino” delle Regioni, sottolineando  (riferimento ala sua Regione) che “con le farmacie abbiamo fatto ottimi accordi. Siamo la Regione che fa i tamponi rapidi gratuiti per gli studenti e i familiari grazie proprio all’accordo con le farmacie”.

Ma, più ancora che le polemiche politiche, a confermare la partenza a rilento della campagna vaccinale sono i racconti di chi se ne occupa sui territori, che sulla base dell’esperienza quotidiana spiega anche alcune ragioni dell’avvio deludente. La prima (che conferma di un allarme lanciato da tempo) è la carenza di vaccinatori, per le difficoltà nel reclutamento di dottori e infermieri: in diversi punti vaccinali il personale, anche alle prese con l’attività legata ai tamponi, è pronto a fare i doppi turni, mentre in altri è stato necessario richiamare medici in pensione o ricorrere a volontari. Le difficoltà principali si verificano dove già prima scarseggiava il personale dedicato alle vaccinazioni tradizionali. L’azienda sanitaria del Molise cerca con urgenza di reclutarlo fra i propri dipendenti. In Calabria e in altre Regioni, i medici sono costretti a somministrare le dosi anche fuori dall’orario di lavoro. Un freno, raccontano dalle corsie degli ospedali, sarebbe anche il vincolo di esclusività che impedisce di prestare opera extramoenia.

Ma ci sarebbero anche problemi logistico-organizzativi, che l’ineffabile commissario straordinario Domenico Arcuri si è ovviamente già preoccupato di attribuire alla responsabilità delle Regioni: in diverse strutture di Lombardia e Marche non sarebbero ancora arrivate le siringhe di precisione e si è ricorso in alcuni casi alle scorte degli stessi ospedali. C’è poi il fattore ferie del personale, motivo per cui in alcune strutture della Sardegna le vaccinazioni della ‘fase 1’, partiranno il 7 gennaio (anche Galliera ha tirato in ballo le ferie del personale sanitario per spiegare i bassi numeri della Lombardia).

Finora quasi 46mila vaccini sono andati agli operatori sanitari, categoria in cima alle priorità anche nel piano della Città del Vaticano, prima di forze dell’ordine, anziani e addetti dei Musei vaticani: la campagna inizierà a metà gennaio, con le dosi Pfizer in arrivo che dovrebbero bastare a con le dosi Pfizer in arrivo che dovrebbero bastare a immunizzare lo Stato più piccolo del mondo.