Covid, gli eroi visibili e quelli con il superpotere dell’invisibilità

Roma, 24 giugno –  “È stata un’emozione vera incontrare e ringraziare i medici e gli infermieri volontari della Task Force della Protezione Civile. Nel momento più difficile sono stati al fianco di chi era in difficoltà. La loro dedizione e generosità è una delle dimostrazioni che ha dato l’Italia in questa crisi. Ricordare quei giorni terribili deve essere da monito per continuare a mantenere comportamenti corretti anche nelle prossime settimane”.

Così si è espresso in un post su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza, dopo aver partecipato alla cerimonia tenutasi il 22 giugno presso la sede della Protezione Civile, voluta per ringraziare i medici e gli infermieri.

“Noi siamo ancora dentro questa battaglia” ha ricordato il ministro “la partita è ancora in campo, guai a pensare che sia già vinta. Il Paese spesso dimentica velocemente. Le immagini di quelle giornate dovremmo condividerle, voi potete raccontare che abbiamo affrontato un nemico difficilissimo. Come ha detto papa Francesco non dobbiamo disperdere questa lezione”.

Nella giornata dedicata ai  medici e agli infermieri volontari della task force della Protezione civile i riflettori non potevano che essere puntati (e con pieno merito) su questi professionisti, ai quali va il plauso e la riconoscenza di tutti.

Non si può fare a meno di chiedersi, però, se in ambito istituzionale si pensi anche alla possibilità di riservare  un’analoga cerimonia – o qualcosa di simile – anche agli altri professionisti che, con dedizione, sacrificio e a caro prezzo (pagato anche in vite umane) si sono spesi ogni giorno e  senza neanche poter disporre – soprattutto nelle prime settimane – di adeguate misure di sicurezza, per aiutare in ogni modo cittadini spaventati e privi di punti di riferimento ad affrontare la minaccia di un nemico terribile e sconosciuto.

In fondo, è  quanto suggerirebbero sia un minimo di logica, sia la storia dei tre-quattro terribili mesi funestati dall’emergenza Covid che il Paese sta faticosamente provando a lasciarsi alle spalle. Sempre in campo sanitario, infatti, anche i farmacisti hanno fatto il loro e anche di più, rivelandosi una formidabile e irriducibile linea di resistenza sul territorio capace di assicurare un contributo, anche e soprattutto in termini di informazione e rassicurazione sociale, tanto inestimabile da risultare impossibile da quantificare.

Si potrà anche dire (e non facciamo personalmente fatica ad ammetterlo) che essi hanno fatto ciò che dovevano, che è poi quello che fanno sempre e da sempre: mantenere aperte le loro farmacie,  sulla strada, ogni giorno e a ogni ora, a disposizione di ogni cittadino con un problema di salute per garantire l’accesso alle cure, anche quando queste non sono capsule o compresse, ma parole che informano, spiegano, rassicurano, confortano,  spesso vicariando il medico che non c’è o non è raggiungibile, perché a lui magari è consentito, per motivi precauzionali e sanitari, di tener chiuso l’ambulatorio.

I farmacisti hanno fatto il loro dovere, insomma. E in fondo chi non fa altro che il suo dovere non può certamente pretendere chissà quali riconoscimenti. Poi vai a vedere le pagine di cronaca, o semplicemente stai a sentire i racconti della gente, e scopri che in realtà – date le circostanze – i farmacisti durante l’emergenza Covid qualcosa di speciale e di non scontato  lo hanno fatto, eccome!, così come altre categorie professionali costrette ad assicurare il loro servizio pubblico esposte a ogni possibile rischio. Ma, allergici come siamo alla retorica degli “eroi” (dei quali peraltro il nostro Paese è solito dimenticarsi dopo appena due giorni), siamo convinti che anche questo, in fondo, rientra nell’ordinaria attività di professioni che – proprio per essere al servizio della salute degli altri – sono ontologicamente straordinarie.

Perché, dunque, ci soffermiamo su questa piccola questione? Non certo per reclamare, o lamentarsi, o pretendere qualcosa: nessuno vuole pubbliche menzioni, pur ritenendo di meritarle almeno quanto altri ai quali sono state giustamente tributate, né chiede ringraziamenti speciali, ché da sempre ai farmacisti bastano quelli che – con le parole, a volte solo con gli occhi, altre con una stretta di mano o un abbraccio  –  arrivano dai loro clienti-pazienti, che comprendono e apprezzano il loro prezioso servizio quotidiano.

A muoverci è solo una fastidiosa sensazione che coltiviamo da tempo: quella che i farmacisti delle farmacie di comunità  (che, l’abbiamo detto, non sono né vogliono essere eroi) siano invisibili. Non agli occhi dei cittadini: loro vedono benissimo le scintillanti croci verdi che brillano nel vivo delle comunità,  segnalando la presenza di un porto sicuro al quale approdare in caso di bisogno.  No, sono invisibili alle istituzioni. Come accade alle cose che, siccome sei abituato ad averle sotto gli occhi da sempre, nemmeno le vedi più, salvo cercarle in lungo e in largo nel momento in cui ne hai bisogno.  E se – come temiamo – fosse davvero così, se davvero le farmacie sono invisibili agli occhi della politica e delle istituzioni, ci troveremmo in presenza di una situazione che  (oltre a spiegare moltissime delle cose non esattamente positive accadute negli ultimi 15-20 anni) non promette niente di buono nemmeno per il futuro.

Ma, lo ripetiamo, la nostra è solo una sensazione. E potrebbe ovviamente essere sbagliata. Anzi, ammettiamo che lo sia e torniamo per un attimo bambini, quando giocavamo a “facciamo che…”. E dunque facciamo che, se i medici e gli infermieri (ai quali – a scanso di equivoci – torniamo a esprimere la nostra massima stima, considerazione e riconoscenza) sono dei semplici eroi  (e in quanto tali visibilissimi, se no che esempio sarebbero?), i farmacisti sono invece dei super-eroi, con lo straordinario super-potere dell’invisibilità.  Che come ogni altro super-potere non è arrivato per libera e autonoma scelta, ma è toccato in sorte per una qualche fortuita, accidentale circostanza (è sempre così che funziona, da Superman all’Uomo ragno).

Si tratta, in verità, di un super-potere bizzarro  e scomodo da gestire e maneggiare. Ad esempio, si è del tutto invisibili a certe istituzioni ma non ad altre: il fisco, tanto per dire, le farmacie e i farmacisti li vede bene, anzi benissimo, così come la Guardia di Finanza e i Nas. Ma pur sempre di un super-potere si tratta.

Resta solo da capire se e come i farmacisti lo possano usare, questo super-potere dell’invisibilità, per il bene della farmacia e della comunità tutta. E converrà capirlo in fretta, perché un’altra sensazione ci dice che non c’è tutto questo tempo e che, a furia di essere invisibili per istituzioni  e politici di ogni segno dimostratisi negli ultimi due decenni molto prodighi nel levare e molto avari nel concedere, le farmacie di comunità e i farmacisti che vi lavorano corrono il rischio di diventare invisibili anche per la comunità dei cittadini.

Nel deprecabile caso, però, più che di invisibilità bisognerebbe parlare di sparizione.  Frutto non di un super-potere ma di pura e semplice consunzione.

Roma, 24 giugno –  “È stata un’emozione vera incontrare e ringraziare i medici e gli infermieri volontari della Task Force della Protezione Civile. Nel momento più difficile sono stati al fianco di chi era in difficoltà. La loro dedizione e generosità è una delle dimostrazioni che ha dato l’Italia in questa crisi. Ricordare quei giorni terribili deve essere da monito per continuare a mantenere comportamenti corretti anche nelle prossime settimane”.

Così si è espresso in un post su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza, dopo aver partecipato alla cerimonia tenutasi il 22 giugno presso la sede della Protezione Civile, voluta per ringraziare i medici e gli infermieri.

“Noi siamo ancora dentro questa battaglia” ha ricordato il ministro “la partita è ancora in campo, guai a pensare che sia già vinta. Il Paese spesso dimentica velocemente. Le immagini di quelle giornate dovremmo condividerle, voi potete raccontare che abbiamo affrontato un nemico difficilissimo. Come ha detto papa Francesco non dobbiamo disperdere questa lezione”.

Nella giornata dedicata ai  medici e agli infermieri volontari della task force della Protezione civile i riflettori non potevano che essere puntati (e con pieno merito) su questi professionisti, ai quali va il plauso e la riconoscenza di tutti.

Non si può fare a meno di chiedersi, però, se in ambito istituzionale si pensi anche alla possibilità di riservare  un’analoga cerimonia – o qualcosa di simile – anche agli altri professionisti che, con dedizione, sacrificio e a caro prezzo (pagato anche in vite umane) si sono spesi ogni giorno e  senza neanche poter disporre – soprattutto nelle prime settimane – di adeguate misure di sicurezza, per aiutare in ogni modo cittadini spaventati e privi di punti di riferimento ad affrontare la minaccia di un nemico terribile e sconosciuto.

In fondo, è  quanto suggerirebbero sia un minimo di logica, sia la storia dei tre-quattro terribili mesi funestati dall’emergenza Covid che il Paese sta faticosamente provando a lasciarsi alle spalle. Sempre in campo sanitario, infatti, anche i farmacisti hanno fatto il loro e anche di più, rivelandosi una formidabile e irriducibile linea di resistenza sul territorio capace di assicurare un contributo, anche e soprattutto in termini di informazione e rassicurazione sociale, tanto inestimabile da risultare impossibile da quantificare.

Si potrà anche dire (e non facciamo personalmente fatica ad ammetterlo) che essi hanno fatto ciò che dovevano, che è poi quello che fanno sempre e da sempre: mantenere aperte le loro farmacie,  sulla strada, ogni giorno e a ogni ora, a disposizione di ogni cittadino con un problema di salute per garantire l’accesso alle cure, anche quando queste non sono capsule o compresse, ma parole che informano, spiegano, rassicurano, confortano,  spesso vicariando il medico che non c’è o non è raggiungibile, perché a lui magari è consentito, per motivi precauzionali e sanitari, di tener chiuso l’ambulatorio.

I farmacisti hanno fatto il loro dovere, insomma. E in fondo chi non fa altro che il suo dovere non può certamente pretendere chissà quali riconoscimenti. Poi vai a vedere le pagine di cronaca, o semplicemente stai a sentire i racconti della gente, e scopri che in realtà – date le circostanze – i farmacisti durante l’emergenza Covid qualcosa di speciale e di non scontato  lo hanno fatto, eccome!, così come altre categorie professionali costrette ad assicurare il loro servizio pubblico esposte a ogni possibile rischio. Ma, allergici come siamo alla retorica degli “eroi” (dei quali peraltro il nostro Paese è solito dimenticarsi dopo appena due giorni), siamo convinti che anche questo, in fondo, rientra nell’ordinaria attività di professioni che – proprio per essere al servizio della salute degli altri – sono ontologicamente straordinarie.

Perché, dunque, ci soffermiamo su questa piccola questione? Non certo per reclamare, o lamentarsi, o pretendere qualcosa: nessuno vuole pubbliche menzioni, pur ritenendo di meritarle almeno quanto altri ai quali sono state giustamente tributate, né chiede ringraziamenti speciali, ché da sempre ai farmacisti bastano quelli che – con le parole, a volte solo con gli occhi, altre con una stretta di mano o un abbraccio  –  arrivano dai loro clienti-pazienti, che comprendono e apprezzano il loro prezioso servizio quotidiano.

A muoverci è solo una fastidiosa sensazione che coltiviamo da tempo: quella che i farmacisti delle farmacie di comunità  (che, l’abbiamo detto, non sono né vogliono essere eroi) siano invisibili. Non agli occhi dei cittadini: loro vedono benissimo le scintillanti croci verdi che brillano nel vivo delle comunità,  segnalando la presenza di un porto sicuro al quale approdare in caso di bisogno.  No, sono invisibili alle istituzioni. Come accade alle cose che, siccome sei abituato ad averle sotto gli occhi da sempre, nemmeno le vedi più, salvo cercarle in lungo e in largo nel momento in cui ne hai bisogno.  E se – come temiamo – fosse davvero così, se davvero le farmacie sono invisibili agli occhi della politica e delle istituzioni, ci troveremmo in presenza di una situazione che  (oltre a spiegare moltissime delle cose non esattamente positive accadute negli ultimi 15-20 anni) non promette niente di buono nemmeno per il futuro.

Ma, lo ripetiamo, la nostra è solo una sensazione. E potrebbe ovviamente essere sbagliata. Anzi, ammettiamo che lo sia e torniamo per un attimo bambini, quando giocavamo a “facciamo che…”. E dunque facciamo che, se i medici e gli infermieri (ai quali – a scanso di equivoci – torniamo a esprimere la nostra massima stima, considerazione e riconoscenza) sono dei semplici eroi  (e in quanto tali visibilissimi, se no che esempio sarebbero?), i farmacisti sono invece dei super-eroi, con lo straordinario super-potere dell’invisibilità.  Che come ogni altro super-potere non è arrivato per libera e autonoma scelta, ma è toccato in sorte per una qualche fortuita, accidentale circostanza (è sempre così che funziona, da Superman all’Uomo ragno).

Si tratta, in verità, di un super-potere bizzarro  e scomodo da gestire e maneggiare. Ad esempio, si è del tutto invisibili a certe istituzioni ma non ad altre: il fisco, tanto per dire, le farmacie e i farmacisti li vede bene, anzi benissimo, così come la Guardia di Finanza e i Nas. Ma pur sempre di un super-potere si tratta.

Resta solo da capire se e come i farmacisti lo possano usare, questo super-potere dell’invisibilità, per il bene della farmacia e della comunità tutta. E converrà capirlo in fretta, perché un’altra sensazione ci dice che non c’è tutto questo tempo e che, a furia di essere invisibili per istituzioni  e politici di ogni segno dimostratisi negli ultimi due decenni molto prodighi nel levare e molto avari nel concedere, le farmacie di comunità e i farmacisti che vi lavorano corrono il rischio di diventare invisibili anche per la comunità dei cittadini.

Nel deprecabile caso, però, più che di invisibilità bisognerebbe parlare di sparizione.  Frutto non di un super-potere ma di pura e semplice consunzione.