Covax, a rilento progetto Oms per vaccinare anche i Paesi più poveri

Roma, 1 giugno – La pandemia è, per sua natura, una questione planetaria: i virus non riconoscono i confini e non hanno davvero bisogno di passaporti per diffondersi e colpire in ogni angolo del mondo. Ne consegue che è del tutto illusorio pensare di poter uscire dall’emergenza coronavirus con risposte parcellizzate: per sconfiggere Covid non basta davvero che ogni singolo Paese pensi a se stesso, perché anche anche somministrando a ogni suo cittadino il vaccino, fino a che ci sono altri Paesi nel mondo che a quel vaccino non hanno accesso, l’infezione continuerà  inevitabilmente a dilagare e a rappresentare una minaccia per tutti, anche per coloro che pensano di essere ormai fuori dal pericolo. Nessun Paese, insomma, sarà al sicuro, finché il virus continuerà a replicarsi in qualche parte della terra, aumentando il rischio che possano nascere pericolose varianti in grado di sviluppare resistenza ai vaccini a oggi  disponibili.

Il problema, al centro di un acceso dibattito su scala mondiale, è che le campagne vaccinali sono strettamente legate ai Pil di ogni Paese, il che produce l’inevitabile effetto che nei Paesi più poveri i cittadini non abbiano la possibilità di accedere al vaccino, se non in numero estremamente limitato. Il che impone a tutti i governi del mondo una scelta obbligata: concorrere a diminuire il divario tra i Paesi sull’accesso al vaccino, perché da questo dipende anche la propria salvezza. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità, perfettamente consapevole del problema, ha come è noto lanciato Covax, un piano di vaccinazione globale che prevede la consegna di 2 miliardi di dosi di vaccini in tutto il mondo nel 2021 e 1,8 miliardi di dosi a 92 economie a basso reddito entro l’inizio del 2022. Ma come sta procedendo?  Davvero è a portata di mano l’obiettivo di  una equa distribuzione dei vaccini anti Covid in tutto il mondo, senza che i Paesi più poveri rimangano indietro con conseguenze disastrose a livello sanitario per la vita dei loro abitanti e non solo?

L’Assemblea  dell’Oms, nel corso della sua ultima convocazione di qualche giorno fa, ha rilasciato uno statement sostanzialmente ottimistico, dove si parla di Governi compatti nel riconoscere l’urgenza politica e finanziaria di sostenere il Covax. “Milioni di dollari e dosi – si legge nella dichiarazione Oms – sono stati impegnati in Covax il 21 maggio, portando il totale delle dosi promesse finora a oltre 150 milioni. Ora è indispensabile basarsi su questo slancio per garantire il pieno finanziamento del Covax e di più vaccini per i Paesi a basso reddito, subito nel 2021, in occasione dell’Advance Market Commitment Summit del 2 giugno”.

TVisualizza immagine di origineanto ottimismo è giustificato? Openpolis, la fondazione indipendente di data journalism che promuove progetti per l’accesso alle informazioni pubbliche, ricorda che inizialmente Covax si proponeva di stanziare 33,2 miliardi di dollari per il progetto, ma ad oggi ne sarebbero stati raccolti solo 14,6, nemmeno la metà. Al Global Health Summit tenutosi a Roma lo scorso 21 maggio, molti Paesi si sono impegnati ad aumentare i propri contributi al progetto, provando in questo modo a raggiungere il traguardo fissato dal direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus (nella foto),  che ha chiesto di vaccinare almeno il 10% della popolazione di ogni Paese entro settembre.

Ma l’ obiettivo è ancora lontano considerando, come evidenzia l’Infodata del quotidiano Il Sole 24 Ore, sottolineando che oltre il 75% di tutti i vaccini è stato distribuito in 10 Paesi e che con Covax sono state inviate solo 70 milioni di dosi in 124 Paesi. Poche, pochissime, rispetto alle necessità: i divari nelle campagne vaccinali rimangono ampissimi, come documento il grafico di Our World Data che riproduciamo qui sotto. Se nel Nord America e in Europa le percentuali di popolazione vaccinata hanno già superato con decisione l’asticella del 30%, in Africa sono inchiodate al 2%. E con una forbice così drammaticamente divaricata, il problema della diffusione di Sars CoV 2 e di sue altre possibili varianti (al di là di ogni altra considerazione di natura politica, umanitaria e morale su uno squilibrio comunque inaccettabile) rimane purtroppo in piedi, continuando a esporre al pericolo l’intera popolazione mondiale, inclusa quella che pensa di essere avviata sulla strada del superamento del rischio pandemico. Non è così, e converrà che i Paesi più avanzati del mondo se ne convincano presto, partendo dal monito immortale di John Donne: “Non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”. E nessun’altra affermazione, riferita al pericolo pandemico, può davvero essere più pertinente.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Facebook
LinkedIn