Convegno Enpaf, gli scenari (critici) da considerare per riformare l’ente

Roma, 21 giugno – Offrire una panoramica ampia e il più possibile oggettiva della situazione, del contesto, delle criticità ma anche delle tendenze all’interno dei quali dovranno essere assunte le future scelte gestionali della previdenza di categoria.

Questo, in buona sostanza, il senso e l’obiettivo del convegno “Il bilancio del sistema previdenziale italiano e la polifunzionalità delle Casse privatizzate” organizzato dall’Enpaf, l’ente previdenziale di categoria, tenutosi ieri al Nobile Collegio Chimico Farmaceutico di Roma, affollato per l’occasione dalla presenza dei principali rappresentanti della professione farmaceutica e della farmacia.

A ribadire la necessità di una profonda riflessione sul futuro della previdenza professionale (che ovviamente non può che risentire degli scenari economici-politici complessivi) è stato il presidente Enpaf Emilio Croce nel suo intervento di apertura, nel quale – dopo aver ricordato la positiva situazione dell’ente, che ha centrato l’obiettivo impostogli dalla legge di garantire l’equilibrio finanziario tra entrate e uscite per un arco di 50 anni (contro i 30 precedenti) e che ha rafforzato la sua situazione patrimoniale, grazie all’oculatezza delle scelte di investimento e alla politica di moderazione nelle spese di gestione – ha evidenziato come l’ente di previdenza dei farmacisti abbia già avviato un percorso di trasformazione in direzione di un welfare allargato ai suoi iscritti. “Si tratta di un percorso complesso ma necessario” ha detto Croce “anche a fronte delle incertezze che governano il nostro settore, dove le profonde trasformazioni in atto reclamano la necessità di un welfare integrativo, nel segno di una doverosa continuità di protezione previdenziale e assistenziale”.

Obbligatorio, al riguardo, il riferimento alla recente approvazione del Regolamento di assistenza dell’Enpaf, che – ha detto Croce – “rappresenta un tassello indispensabile per prevedere prestazioni assistenziali più aderenti ai bisogni degli iscritti”.

Inevitabile anche il riferimento al progetto di riforma della cassa di categoria scaturito dalla Commissione di studio coordinata da Alberto Brambilla, già sottosegretario al Lavoro con delega alla previdenza nei governi Berlusconi II e III e oggi presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali. Progetto sul quale il Consiglio di amministrazione – ha affermato Croce – “sta continuando a lavorare per definire gli aspetti normativi condivisi con tutte le componenti della professione, valutando se del caso anche un meccanismo contributivo a quota fissa”.

Ma, al riguardo, Croce ha lanciato un warning impossibile da ignorare: “Possiamo discutere di tutto, anche di condividere un percorso che consenta responsabilmente di superare il nostro modello pensionistico imperniato sul principio della prestazione definita per passare a quello contributivo sul reddito, ma non possiamo comunque dimenticare che il motore della previdenza rimane sempre e solo il lavoro. Senza lavoro non può esserci previdenza adeguata neppure per i nostri iscritti, perché i contributi vengono dal lavoro e se il lavoro professionale entra in sofferenza, è chiaro che è a rischio anche il flusso contributivo”.

Le analisi di scenario sono state illustrate dal già ricordato Brambilla e da Simone Bini Smaghi, vicedirettore generale di Arca Fondi Sgr, società indipendente leader nella gestione dei risparmi in Italia. Chiarissima la “fotografia” della situazione emersa dopo i due interventi, con le spese di welfare che già oggi “consumano” tutte le imposte dirette incassate dallo Stato italiano. “Di più non si può fare” ha detto al riguardo Brambilla, precisando che se il sistema pensionistico “regge e reggerà anche in futuro, quella che pesa è soprattutto la spesa per l’assistenza, anche per la frammentazione dei centri di spesa tra Stato, Regioni e comuni”.

Fondamentale, per garantire un futuro equilibrio del sistema, sarà il welfare complementare, dove un ruolo decisivo potrà essere recitato anche dagli enti previdenziali privati, che dovranno sempre più svilupparsi come enti polifunzionali, in grado di “intermediare” anche prestazioni assistenziali sanitarie, in particolare nel settore della long term care (Ltc), costosissima se affrontata individualmente ma assolutamente sostenibile se, appunto, “intermediata” da un soggetto collettivo con grandi numeri qual è una cassa di categoria.

L’Enpaf – che parte da una situazione buona, decisamente migliorata negli ultimi anni, come ha ricordato Brambilla, con un saldo positivo tra entrate e uscite e prestazioni adeguate e in crescita – può sicuramente muoversi su questa prospettiva, come peraltro ha in parte già cominciato a fare con la ricordata approvazione del nuovo Regolamento di assistenza, che prevede tutele in favore di tutti gli iscritti e i titolari di pensione diretta Enpaf, a prescindere dalla condizione di bisogno economico, come iniziative di assistenza sanitaria integrativa e altre coperture per morte, invalidità e non autosufficienza (Ltc).

Anche gli esponenti di Governo – il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (nella foto) e il sottosegretario del MEF Pier Paolo Baretta, hanno richiamato il “peso” del welfare sul bilancio dello Stato, inquadrandolo all’interno della crisi economica che il Paese attraversa ormai da quasi un decennio, la cui percezione persiste, nonostante sia in via di lento, faticoso superamento, generando incertezza e pessimismo.  Da qui l’invito diretto lanciato da Baretta prima e da Poletti poi all’Enpaf e a tutti gli enti previdenziali privati: contribuire in prima fila e in modo importante al rafforzamento dell’economia nazionale come investitori istituzionali, sia pure nel rispetto dei propri equilibri finanziari (peraltro imposti dalle leggi dello Stato).

Una chiamata a raccolta sulla quale è tornato Lello Di Gioia, presidente della Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli Enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, già occupatosi anche nel recente passato della questione e del sostegno che le casse private possono garantire al sistema Paese. Di Gioia, in particolare, ha richiamato l’autonomia delle casse nelle decisioni gestionali ma anche la necessità di un chiaro sistema di regole che possa favorire in modo trasparente – nel rispetto degli obblighi di legge e verso gli iscritti e gli assistiti – le scelte di investimenti più finalizzati a sostenere il quadro economico generale del Paese.

Dal ministro Poletti – che ha insistito particolarmente sulla necessità che tutti (politica, istituzioni, ma anche parti sociali e mondo produttivo) scendano in campo e giochino la loro partita per trascinare il Paese, che “ha fondamentali solidi”, definitivamente fuori dalla crisi economica – è arrivata anche una suggestione, quella di affrontare il nodo del welfare istituendo una sorta di “Protezione sociale”, sulla falsariga di quanto venne fatto con l’istituzione della Protezione civile.

“Così come istituire un’unica centrale in grado di coordinare tutte le decisioni in caso di eventi disastrosi eccezionali, rendendo esponenzialmente più efficaci ed efficienti gli interventi di tutti i soggetti implicati nella protezione civile” ha detto Poletti “potremmo fare altrettanto nella protezione sociale, mettendo a sistema e coordinando la pluralità di istituzioni e soggetti che se ne occupano, con sovrapposizioni e diseconomie che non possiamo davvero più permetterci”.

In conclusione dei lavori, Croce è ritornato su prospettive meno avveniristiche, ricordando che – intanto – vanno affrontate questioni molto più cogenti, come l’eventualità che nel settore delle farmacie entri, con l’approvazione del ddl Concorrenza, il capitale privato, fatto che inevitabilmente produrrebbe un’alterazione dell’equilibrio gestionale della previdenza di categoria. “Si tratta di una misura dalla quale potrebbe derivare una riduzione delle entrate contributive soggettive. Per questo abbiamo invocato l’estensione della disciplina introdotta dalla legge 243 del 2004, che prevede un contributo previdenziale oggettivo del 2% sul fatturato in favore dell’Enpam da parte delle società di capitali” ha detto Croce, approfittando della presenza di Poletti per reiterare la richiesta.

Ma il presidente Enpaf ha voluto chiudere tornando sul senso del convegno, sicuramente utile a tracciare il quadro di difficoltà e le tendenze  all’interno del quale si muove la previdenza di categoria. Rivolgendosi alla qualificatissima rappresentanza di categoria presente (per la Fofi c’erano il presidente Andrea Mandelli e il vicepresidente Luigi D’Ambrosio Lettieri, per Federfarma e Sunifar i presidenti Marco Cossolo e Silvia Pagliacci, insieme a numerosi altri presidenti di Ordine e di Associazione, come la presidente di Federfarma Lombardia Annarosa Racca), Croce ha ribadito che conoscere in modo approfondito la situazione e il contesto in cui opera l’Enpaf e la precondizione per affrontare consapevolmente e con responsabilità e sempre guardando alla  stella polare della solidarietà endocategoriale, la partita della riforma dell’Enpaf, che si giocherà “in casa” e sulla quale dovrà da ultimo pronunciarsi il Consiglio nazionale, per poi affidare le sue determinazioni ai ministeri vigilanti. “Questo convegno è stata un’iniziativa di servizio” ha concluso Croce “e sono certo che tutti sapremo trarne informazioni e spunti di riflessione sicuramente utili per mettere mano ai nuovi assetti della nostra previdenza”.