Croce: “Riforma Enpaf, ciascuno assuma le sue responsabilità”

Roma, 24 aprile – Una cosa è più chiara, dopo il convegno organizzato ieri a Roma dall’Enpaf per ragionare di futuro pensionistico, partendo dal VII Rapporto Adepp (l’associazione degli enti previdenziali privati): il problema della sostenibilità della previdenza  e di trattamenti di quiescenza più adeguati riguarda indistintamente tutte le professioni, in ragione del “combinato disposto” di due potentissimi fattori. Il primo è la perdurante crisi dell’occupazione, l’altro un trend demografico che registra da una parte una preoccupante flessione delle nascite e dall’altre il costante aumento dell’aspettativa di vita, con il conseguente invecchiamento della popolazione che – a questi ritmi – rischia di diventare drammatico.

La popolazione italiana, per riferire solo una delle cifre emerse dall’incontro di ieri al Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, nel non troppo lontano 2060 avrà nove milioni di abitanti in meno rispetto a oggi, 52 milioni contro gli attuali 61. In questo quadro, far tornare i conti delle pensioni, soprattutto per chi si affaccia (se e quando ci riesce) al lavoro soltanto adesso, è inevitabilmente più che problematico. Ed è del tutto evidente che – da qui ad allora – bisognerà ripensare non solo la previdenza (che non potrà prescindere, ad esempio, da uno sviluppo delle forme complentari) ma tutto il sistema di welfare.

Chiarito realisticamente il contesto – con il quale altrettanto realisticamente dovrà fare i conti chi, come l’Enpaf, vuole avviare un percorso di riforma del proprio assetto previdenziale – il convegno ha offerto una serie di testimonianze, aperte proprio dal presidente della cassa di categoria dei farmacisti, Emilio Croce, con un inevitabile riferimento alle vicende attuali dell’ente.

“L’Enpaf, anche alla luce delle istanze espresse un po’ da tutti i segmenti della categoria, ha avviato da tempo un confronto con la categoria finalizzato a individuare le strade e le soluzioni per un riordino della nostra previdenza” ha detto Croce, ricordando al riguardo il recente ciclo di audizioni  con tutte le sigle di categoria, culminate ieri con un incontro plenario (soli assenti la Federfarma e Fenagifar) nel corso del quale sono state messe sul tavolo le posizioni e indicazioni di tutti. “Mettere mano ai meccanismi previdenziali, considerata la loro complessità e delicatezza, è in primo luogo un atto di responsabilità. E visto che si ragiona di destini comuni, le responsabilità se le devono prendere tutti, indicando – al netto degli slogan e considerando con realismo con tutte le variabili in gioco, a partire dai paletti imposti dalle leggi – quali decisioni assumere e quali direzioni imboccare”.

“Era già chiaro prima, ma le audizioni di queste settimane e la riunione plenaria di oggi lo hanno confermato” ha detto ancora Croce “che un’eventuale riforma del nostro ente deve fare i conti con una prospettiva ineluttabile, che si chiama passaggio al sistema contributivo. Chi ancora pensasse di eluderla, continuando a sollevare questioni come quella annosa e oziosa della destinazione dello 0,90%, evidentemente non ha ben   chiaro non solo cosa sia la previdenza ma neppure quale sia la storia e la realtà. E francamente hanno ormai stufato le polemiche capziose su temi come lo 0,90%, contributo istituito da una legge dello Stato e destinato a tutta la previdenza di categoria in cambio della norma che, nel 1977, abrogò le disposizioni che imponevano alle farmacie lo sconto del 5% sul prezzo al pubblico delle specialità medicinali a carico degli enti mutualistici”.

“Una legge” ha voluto ricordare Croce “che ha superato ben due giudizi della Corte costituzionale e che può essere cambiata solo da un’altra legge, non certo da misure regolamentari, come qualcuno sembra ritenere o lascia comunque intendere. Perciò, se davvero vogliamo riformare la nostra previdenza per migliorarla” ha concluso il presidente della cassa di categoria “dobbiamo necessariamente fare sul serio e parlare di prospettive reali e praticabili. E in questa prospettiva, posso assicurare che l’Enpaf, e lo ha già dimostrato, si batterà per un percorso di riordino che tenga conto delle aspettative di tutti gli iscritti e che sia il più possibile condiviso”.

Dall’incontro di ieri, sono arrivate anche altre interessanti suggestioni, come quella scaturita dallo studio realizzato da Gianni Trombetta, Marcello Tarabusi e Francesco Capri dello Studio Guandalini di Bologna, già ampiamente recensito dalla stampa di categoria (cfr. al riguardo RIFday del 28 febbraio scorso) per mettere  a confronto il peso della contribuzione sui redditi dei titolari di farmacia iscritti all’Enpaf e quello sostenuto da professionisti  (avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti).

Le studio (“artigianale e senza alcuna pretesa di scientificità”, ha chiarito Trombetta nell’illustrarne in sintesi i risultati) consiste in buona sostanza in una simulazione, effettuata partendo dai dati di un campione di farmacie segmentato in cinque cluster: farmacie urbane di grandi dimensioni; farmacie ubicate in centri commerciali, farmacie urbane di medie dimensioni, farmacie rurali e farmacie urbane di periferia. Per ciascun cluster, è stata quindi calcolata l’incidenza della contribuzione Enpaf sul reddito della farmacia, in tutte le sue componenti: quota fissa a ruolo, trattenuta Ssn 0,90% e contributo aggiuntivo 0,50% (legge di bilancio 2018) per le società in cui i farmacisti sono in minoranza. Le cifre (che in materia di previdenza non saranno tutto, ma sono imprescindibili) sono chiare: il peso contributivo degli altri professionisti è, sia in media sia nei singoli casi, generalmente più oneroso rispetto a quello richiesto dall’Enpaf ai titolari di farmacia.

“Il risultato è frutto di un’indagine campionaria e, come ho già detto, artigianale” ha tenuto a precisare Trombetta “e  può quindi contenere qualche possibile distorsione per effetto delle modalità di selezione del campione e delle ipotesi semplificatorie adottate nella costruzione dei cluster e del calcolo delle contribuzioni alle altre casse”. Ma, al netto di tutto questo e per ciò che valgono, le risultanze sono chiare: per i titolari,  l’Enpaf  non è così oneroso come sostiene una certa vulgata. Ovviamente, ha precisato ancora il commercialista bolognese, ciò non significa che solo per questo l’ente dei farmacisti sia “meglio” di altri: “Lo si potrebbe affermare solo se si dimostrasse che l’Enpaf garantisce trattamenti pensionistici comparabili a quelli delle altre casse” ha detto Trombetta al riguardo “ma è una rilevazione e comparazione molto complicata, che il  nostro lavoro non ha  avuto la presunzione di affrontare”.

Francesco Verbaro, docente della Scuola superiore di Pubblica amministrazione e senior advisor dell’Adepp, ha proposto un’ampia panoramica del VII rapporto dell’associazione, dal quale sono emerse le molte criticità che le casse previdenziali private dovranno affrontare, in ragione di trend inarrestabili: i già ricordati fenomeni della crisi occupazionali e dell’invecchiamento, ma anche la femminilizzazione delle professioni, che pone questioni di gender pay gap, particolarmente evidenti e penalizzanti ìn situazioni quali la maternità. Significativo, al riguardo, il dato ricordato da Verbaro: il 15% delle professioniste in maternità ha visto il proprio reddito scendere a zero nei primi due anni, mentre un altro 50% ha registrato un decremento di circa il 40% dei guadagni denunciati prima della nascita del figlio.

“I problemi da affrontare sono molti, per una categoria che costituisce una delle principali categorie di lavoratori in Europa, con oltre 11 milioni di posti di lavoro, oltre 500 miliardi di fatturato e che rappresenta circa il 9% del Pil dell’Unione europea” ha detto Verbaro. “La prima necessità è quella di riflettere sui cambiamenti reali, cercando di leggere oltre i numeri  e concentrandosi in particolari sulle urgenze. Che per noi ruotano intorno alla crisi del mercato del lavoro, che costringe il nostro Paese ad arrancare in Europa, dove ormai siamo ultimi, e in una situazione dove si fanno sentire anche gli effetti  della digitalizzazione e della disruptive innovation”.

Un panorama difficile, dunque, che pretende risposte in primo luogo dalla politica, in Europa e in Italia, ma che deve anche passare dalla via obbligata del “aiutati che Dio ti aiuta”. Due esempi al riguardo sono stati forniti da Demetrio Houlis, presidente dell’Emapi, l’Ente di mutua assistenza per i professionisti italiani (che vanta 850 mila iscritti),  con il quale Enpaf ha stipulato una convenzione, operativa dallo scorso gennai,  per  una copertura sanitaria integrativa per gravi interventi chirurgici e gravi eventi morbosi, nonché la copertura in caso di invalidità permanente superiore al 66% a causa di infortunio e la copertura in caso di non autosufficienza, senza oneri a carico degli assicurati.
L’Enpaf ha sicuramente compiuto una scelta importante, decidendo di integrare le sue politiche assistenziali per garantire ai propri iscritti, attraverso misure di welfare integrato, il miglioramento della qualità della vita, un concreto sostegno nel momento del bisogno, un rinvio nel tempo della perdita di autonomia, se non anche un aumento della speranza di vita ha detto Houlis, ricordando che tutti i farmacisti, dopo il primo trimestre dell’anno “a scartamento ridotto”, a partire dal 16 aprile scorsopossono usufruire per intero dell’ampia gamma di servizi e prestazioni assicurati da Emapi.
Non meno importante il ruolo svolto da FondoSanità, il Fondo pensione complementare a capitalizzazione per gli esercenti le professioni sanitarie nato nel 2007 per sviluppare un “secondo pilastro”per incrementare il livello della rendita pensionistica. A illustrarne i vantaggi e i meccanismi di funzionamento è stato ieri il direttore generale Ernesto del Sordo, spiegando come ogni iscritto possa costituirsi una “posizione individuale” fin dal momento del primo versamento al Fondo, con la possibilità di monitorare tutti i versamenti effettuati e i rendimenti spettanti in ragione di essi.
“Durante tutta la cosiddetta fase di accumulo, ovvero il periodo che intercorre da quando si effettua il primo versamento a quando si andrà in pensione” ha spiegato del Sordo “la posizione individuale andrà a rappresentare il montante accumulato tempo per tempo con il versamento ed i relativi rendimenti. Al momento del pensionamento, la posizione individuale costituirà la base per il calcolo della pensione complementare, che verrà erogata per tutto il resto della tua vita”. Sempre che non si scelga l’opzione, prevista dal Fondo, di ritirare il capitale accumulato.