Che fare se i dipendenti rifiutano di vaccinarsi contro Covid?

Roma, 28 gennaio – L’ipotesi che un farmacista collaboratore o un dipendente di farmacia possa rifiutare di sottoporsi alla vaccinazione, senza che il rifiuto sia comprovato da un impedimento oggettivo di natura medico-sanitaria, va ovviamente messa in conto: nelle scorse settimane, intorno il rifiuto di medici e infermieri no vax di sottoporsi alla protezione immunitaria per la Covid si è scatenato un intenso dibattito, che dall’ambito professionale sanitario si è allargato alla politica e alla pubblica opinione.

La posizione prevalente è quella del presidente della Federazione professionale dei medici Filippo Anelli, dichiaratosi favorevole all’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti dei medici no vax, appoggiandone addirittura la possibile radiazione. Anelli ha però fatto un distinguo: “I medici no vax sono quelli che negano la validità del vaccino. Questo è incompatibile con la professione. Non è una cosa possibile. I medici sono parte integrante della comunità scientifica” ha affermato il presidente Fnomceo. “In questi casi l’Ordine interviene comminando sanzioni, che arrivano anche alla radiazione. Molti medici no vax,  in passato,  sono stati radiati”.

Ma sempre Anelli ammette che  “la questione di chi non vuole vaccinarsi è diversa,  perché bisogna bilanciare il diritto dell’individuo, in assenza di una legge che rende obbligatoria esplicitamente la vaccinazione, rispetto al dovere deontologico e anche alle norme di legge che prevedono che il vaccino diventi un requisito per non danneggiare gli altri”.

Meno conciliante la posizione di coloro che sulla trincea della lotta a Covid sono impegnati direttamente, come, Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma,  per il quale “tutti gli operatori sanitari, a partire dai medici, devono vaccinarsi contro il Covid e se non vogliono essere vaccinati devono essere sospesi dal servizio perché, appunto, non possono essere idonei al servizio che svolgono”. Una posizione netta e peraltro largamente diffusa anche a livello politico: il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri,  per citarne uno per tutti, afferma di rimanere perplesso di fronte a medici (suoi colleghi) o infermieri restii a farsi il vaccino:  “Posso capire il cittadino che magari non ha delle basi scientifiche consolidate e non ha studiato medicina e può avere una certa riluttanza a farsi il vaccino, ma penso francamente che quei medici e quegli infermieri, se hanno ancora dei dubbi dopo aver visto ciò che è accaduto, probabilmente hanno sbagliato lavoro”.

E, giusto per ricordare che la questione non è  davvero un semplice argomento di discussione ma è terribilmente concreta, c’è chi – come l’Ordine dei medici di Roma, presieduto da Antonio Magi – ha deciso di affrontarla di petto, aprendo un’inchiesta contro 13 dei propri iscritti, considerati “negazionisti” rispetto ai vaccini. Contro questi medici, con l’accusa di avere espresso dichiarazioni e posizioni pubbliche (peraltro tra il 2018 e il 2019) contro i vaccini, ritenute gravi sotto il profilo deontologico, sono state avviate istruttorie che potrebbero portare a provvedimenti disciplinari: “Abbiamo fatto delle domande precise a questi medici nostri iscritti e stiamo aspettando le risposte“, ha spiegato Magi.

I “no vax” o anti vax che dir si voglia, ovviamente, sia pure in infinitesima minoranza, sono presenti anche all’interno della professione farmaceutica, come peraltro attesta un recente quesito pervenuto alla studio di consulenza Sediva di Roma, al quale un farmacista chiede lumi sull’atteggiamento da mantenere nei confronti di un farmacista che (insieme ad altri dipendenti) ha manifestato la sua indisponibilità a vaccinarsi contro Covid, atteso che al momento non esiste ancora una legge che imponga l’obbligo di farlo. “Che provvedimenti posso adottare nei suoi confronti? Posso ad esempio licenziarlo? chiede il titolare della farmacia.

Dagli esperti della studio – a conferma di quanto la vicenda sia spinosa – arriva una risposta molto articolata, pubblicata sul notiziario on line della Sediva  (al quale rimandiamo direttamente), che divide gli stessi esperti. Mentre Federico Mongiello conclude il suo lungo e penetrante esame della questione  affermando che “il datore di lavoro può ragionevolmente – ma legittimamente – fronteggiare il rifiuto opposto da un dipendente alla richiesta della vaccinazione, non giustificato da un comprovato impedimento personale di natura medico-sanitaria”, prospettando  ad esempio “la sospensione dal lavoro fino a che la pandemia non sia cessata: sospensione che in questo caso, a differenza del rifiuto giustificato da impedimento di natura medica, non comporterebbe, come detto, il diritto al trattamento economico”.

Ove anche questa soluzione non sia praticabile, per l’impossibilità della sostituzione temporanea, “potrebbe non essere escluso – in linea di puro principio, sia ben chiaro – il licenziamento per motivo oggettivo, salvo il rispetto del blocco in atto fino alla fine di marzo 2021″.

L’esperto aggiunge però che alla luce del prevalere degli orientamenti contrari che al momento si registrano in dottrina su questo punto, quando ogni altro tentativo di risolvere la questione abbia dato esito insoddisfacente, “non sembra certo opportuno – sul piano puramente pratico – un provvedimento più rigoroso della sospensione senza retribuzione (che già di per sé può esporre la farmacia o il bar o l’ufficio pubblico a reazioni del dipendente sul versante giudiziario…) anche laddove l’ipotizzata sostituzione temporanea sia magari molto onerosa o addirittura impossibile”.

E ciò, spiega Mongiello, perché “se in una situazione di perdurante pandemia si riconosce  (…) la legittimità della scelta del datore di lavoro di richiedere ai propri dipendenti la vaccinazione contro Covid-19, si deve anche riconoscere che la renitenza del dipendente alla vaccinazione è in astratto suscettibile di essere trattata allo stesso modo del rifiuto di una qualsiasi altra misura di sicurezza, che nei casi più gravi può portare al licenziamento disciplinare”.

Mongiello ammette comunque che il suo parere – a conferma dell’incertezza che regna sull’argomento – non è condiviso all’interno della stessa Sediva da esperti autorevoli come gli avvocati Bacigalupo e Lucidi, secondo i quali l’ostacolo costituito dal secondo comma dell’art. 32 della Costituzione  (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”) non è eludibile né minimamente superabile, men che meno ricercando una voluntas legis in disposizioni che non siano espressamente dirette a imporre come obbligatoria la vaccinazione anti‑Covid.

Ad avviso di Bagicalupo e Lucidi, soltanto una norma di legge che introduca in termini non equivoci l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid (come accadde per il vaiolo eccetera) potrà rivelarsi davvero risolutiva della questione. Ma sull’eventualità che il legislatore possa risolversi a varare una legge sull’obbligo del vaccino anti Covid, Mongiello esprime molti dubbi, soprattutto di fronte alle incertezze crescenti di questi ultimi giorni, tra il moltiplicarsi di (possibili) “varianti” del Covid-19 e i dubbi avanzati da qualche parte sulla stessa reale efficacia del vaccino Pfizer “la cui percentuale di ‘successo’ sembra, ribadiamo però sembra, stia infatti scendendo dall’originario 95% circa a un 50-60%”.

E senza una legge che obblighi a vaccinarsi contro Covid, restano senza risposte certe i dubbi, le perplessità e gli interrogativi del datore di lavoro nell’adottare una qualsiasi misura contro eventuali dipendenti  no vax.