CdS: “Dispensario e farmacie rispondono a logiche diverse”

 

Roma, 15 marzo – Il dispensario farmaceutico risponde a una logica diversa da quella delle farmacie, svolgendo la funzione esclusiva di consentire l’accesso ai  farmaci nelle zone sprovviste di presidi farmaceutici. In quanto tale, esso rappresenta solo  “un rimedio suppletivo rispetto a quello primario della farmacie, al quale pertanto non è assimilabile, tanto è vero che – diversamente da quest’ultimo – risulta privo di circoscrizione territoriale e di autonomia tecnico-funzionale”.  Per queste ragioni, il dispensario non lede il criteri della pianta organica che la legislazione ha posto a tutela delle prerogative delle farmacie.

Questo, in sintesi, il contenuto della sentenza n. 1205/2018, pubblicata lo scorso 27 febbraio,  con la quale il Consiglio di Stato ha respinto  il ricorso di una titolare di farmacia campana contro una sentenza del Tar regionale, che aveva già in primo grado rigettato una sua azione contro l’autorizzazione all’apertura di un dispensario farmaceutico nel territorio comunale in cui insiste la sua farmacia,  concessa dall’amministrazione al titolare dell’altra sede farmaceutica aperta nel medesimo comune.

Una questione complicata, quella prospettata dall’articolato ricorso della farmacista, secondo la quale l’istituzione del dispensario ordinario non è consentita in una zona deputata a sede farmaceutica e nella quale il presidio assegnato sia già aperto e operativo, come nel caso di specie. Che i giudici di Palazzo Spada – superando con una serie di considerazioni le eccezioni sollevate dalla ricorrente sulla base delle norme di legge vigenti in materia, in particolare le leggi 221/68, la 362/91 e il dl 1/2012 – hanno ritenuto di risolvere ricorrendo a “una più bilanciata linea di lettura” delle stesse disposizioni, con la scomposizione del loro contenuto in due distinte sotto-ipotesi. La prima è quella in cui, ricorrendo entrambi i presupposti previsti dalla norma (sede prevista in pianta organica e farmacia non ancora aperta), “le Regioni sono vincolate (dall’uso dell’indicativo: “istituiscono”) ad aprire dispensari, al fine di garantire l’effettiva copertura dell’intero territorio comunale” .

La seconda e più restrittiva ipotesi è quella in cui, al di fuori del caso predetto, “le Regioni avrebbero la semplice facoltà di aprire dispensari (non essendovi una preclusione espressa in tal senso nel testo della norma) – a fronte di una effettiva e comprovata mancanza di assistenza farmaceutica in loco e di un’oggettiva difficoltà per gli abitanti di raggiungere la sede farmaceutica viciniore ubicata in altra località”,

Nel primo caso, osserva il Consiglio di Stato,  “il dispensario assumerebbe una funzione, ‘suppletiva’ o ‘succedanea’, di presidio temporaneo cui fare ricorso nelle more dell’apertura della farmacia prevista in pianta organica; nel secondo, una funzione ‘accessoria’ o ‘ancillare’ a quella del servizio farmaceutico ordinario”.

Non va però preclusa la necessità di “dotare il sistema della capacità di fronteggiare anche situazioni del tutto peculiari in cui, pur a fronte di una razionale programmazione del servizio sul territorio, permangano, a causa della sfavorevole configurazione dei luoghi, aree scoperte o non adeguatamente servite del presidio di zona”.

Per  questo, ad avviso dei giudici di Palazzo Spada  vanno escluse in sede interpretativa letture della norma  che ricavino “un rigido e meccanico automatismo tra apertura della sede farmaceutica nella zona e impossibilità di apertura, nella stessa zona, del dispensario. Così come, a contrario, va escluso analogo automatismo tra nuova istituzione di sede farmaceutica nella zona e soppressione del dispensario”.

La questione va piuttosto risolta, secondo il Consiglio di Stato, “in considerazione della persistenza dell’interesse pubblico alla distribuzione del farmaco, in costanza della copertura del servizio mediante l’istituzione di una farmacia, esercizio certamente più ‘completo’ rispetto al semplice presidio”.

“Certamente la concomitanza di dispensario e farmacia si pone come fattispecie atipica ed eccezionale rispetto a un’ottimale articolazione del servizio, che dovrebbe realizzarsi pianificando le sedi farmaceutiche in modo tale che a ciascuna di esse venga assegnato un presidio in grado di soddisfare tutte le esigenze del territorio di pertinenza” scrivono i giudici del supremo consesso. “D’altra parte, occorre anche evitare un utilizzo abusivo del ricorso allo strumento del dispensario che miri alla creazione di multi-presidi farmaceutici, in rete tra di loro e riconducibili ad un unico farmacista imprenditore, tali da determinare una ipercopertura delle aree commercialmente più redditizie e possibili interferenze fra bacini e flussi di utenza di sedi farmaceutiche confinanti o territorialmente prossime”..

L’interesse alla coesistenza di farmacia e dispensario, proprio perché atipico ed eccezionale nel sistema sin qui descritto, a giudizio del Consiglio di Stato,  “va valutato dall’Amministrazione, nell’esercizio del suo potere discrezionale, ma con un onere motivazionale aggravato dalla considerazione che la presenza di una farmacia attiva può non ostare all’istituzione del dispensario solo in casi del tutto marginali, caratterizzati da una residua particolare difficoltà di distribuzione del farmaco”.

Esaminato sotto questa specifica prospettiva, il ricorso dell’appellante – che non contesta la razionalità della scelta operata in concreto dal Comune, ma si basa su una lettura restrittiva (a giudizio del Consiglio di Stato non pienamente condivisibile) delle norme vigenti e su profili di generale contrasto tra le previsioni statali e regionali,  non è risultato fondato ed è stato respinto.