Calenda insiste: “Il ddl Concorrenza va approvato subito”. Ma il Pd frena

Roma, 25 maggio –  S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo: se Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, nel corso del suo intervento all’assemblea annuale di Confindustria svoltasi ieri, si è visto costretto a ribadire una volta di più la necessità di approvare subito e definitivamente alla Camera il ddl Concorrenza nel testo licenziato a inizio maggio a Palazzo Madama, non fosse altro che per “la fatica immane che è costato”, sul fronte opposto un renziano di stretta osservanza come il presidente del Pd Matteo Orfini soffia ben altre note.

Intervistato dal quotidiano delle fonti di energia Staffetta Quotidiana, Orfini dichiara infatti che sì, è vero, il ddl “non può saltare o essere ulteriormente rimandato, ma si tratta di capire quali sono i margini e gli strumenti per migliorarlo senza bloccarlo, perché ci sono alcune criticità che necessitano un approfondimento”. Criticità, osserva Orfini (lo stesso, giusto per ricordare, che in un’intervista al quotidiano La Stampa di poco più di un mese fa sollecitò Calenda a riaprire la discussione e correggere il testo del ddl) che vanno risolte, “prima o dopo”. Lasciando la netta sensazione che, per quanto lo riguarda, l’opzione “dopo” è sicuramente la preferita.

Le ultime dichiarazioni del titolare del Mise e del presidente del Pd sono un’ulteriore plastica dimostrazione dello scontro in atto sul provvedimento che Renzi, all’epoca del suo premierato, esibiva come uno dei fiori all’occhiello dell’azione riformista del suo Governo, e che oggi (sia pure rimanendo personalmente al coperto, probabilmente per non lasciare impronte digitali) sembra essere fermamente intenzionato a bloccare e rinviare a tempi migliori, sempre che poi arrivino.

Le ragioni di merito, del resto, non mancano: la formulazione del provvedimento presenta ancora molti punti controversi (basti pensare appunto al mercato dell’energia o a quelle sul telemarketing, bacchettate dal Garante della privacy subito dopo il voto di fiducia del Senato). Ma la ragione vera, secondo i retroscena che imperversano ormai da mesi sui quotidiani, sarebbe da inscrivere nell’ambito della psicopatologia politica (copyright de Il Foglio), ovvero in “quell’ambito complesso e inafferrabile, non sempre razionale (ma non per questo trascurabile), dei piccoli rancori, e dei rapporti personali deteriorati” tra ex-alleati di ferro.

Renzi e il suo stato maggiore, non è un mistero per nessuno, accusano Calenda di “alto tradimento” per essersi subito smarcato dopo la bruciante sconfitta sul referendum costituzionale per inseguire ambizioni personali, “triangolate” (secondo il fronte renziano) con i vari potentati economici e con tutti gli avversari e nemici del segretario del Pd, da Pier Luigi Bersani a Silvio Berlusconi.

Calenda prova però a mantenere la questione nell’ambito della politica, sottraendola alla psicopatologia: “Combattere le rendite attraverso la concorrenza dovrebbe rappresentare il Dna di una coalizione di Governo a guida riformista” ha voluto ricordare ieri in Confindustria Calenda, pur ammettendo che – come peraltro sostenuto fin dal suo arrivo al Mise – il ddl  “non era il migliore del mondo”.  Ma – ha ribadito il ministro nel suo intervento a viale dell’Astronomia – “conteneva in ogni caso provvedimenti importanti e non portarlo a casa sarebbe stato poco serio. Non era la mia legge, avrei potuto facilmente lasciarla cadere, ho scelto invece di assumermene la responsabilità. Non vorrei però finire come l’ultimo dei Mohicani“.

A ribadire le tesi e le posizioni del suo ministro è intervenuto ieri anche il sottosegretario Antonio Gentile, sottolineando la coincidenza (fortuita ma a suo giudizio significativa) che il dibattito sul ddl Concorrenza alla Camera “abbia avuto inizio proprio mentre la Commissione europea individuava nel via libera al provvedimento uno degli elementi più importanti in assoluto nel programma di riforme dell’Italia” e ricordando che “il governo si è impegnato a portare a termine l’esame del ddl Concorrenza entro giugno. I tempi sono ormai maturi per una riforma tanto importante e cruciale per restituire slancio al nostro Paese”.

Ma, per restare ai Mohicani evocati da Calenda, il rischio che il giovane ministro possa finire come il Chingachgook del romanzo di Fenimore Cooper non è poi così remoto, come attestano alcuni precisi indizi, a partire dalle cautele vagamente imbarazzate dei relatori del provvedimento alla Camera, Silvia Fregolent e Andrea Martella, costretti a trincerarsi dietro formule di rito: “Ci sono tutte le migliori intenzioni di approvare subito il provvedimento” affermano in sostanza i due “ma non sarà facile, anche per l’affollamento dei lavori dell’Aula di Montecitorio, che dovrà affrontare provvedimenti importanti come la nuova legge elettorale e il ddl istitutivo della  commissione d’inchiesta sulle banche”.

Come finirà? Impossibile fare previsioni, visto che la legge sulla concorrenza – al netto di ogni altra considerazione – è l’unica riforma che ancora si muove in questa fine legislatura ed è stata già bersaglio di ripetute sollecitazioni (e bacchettate sulle dita) in sede europea. La  domanda delle cento pistole, alla fine, diventa dunque una sola: un partito riformista, qual è il Pd, può permettersi il lusso si lasciare affondare il provvedimento nella palude di calcoli che niente hanno a che fare con il suo Dna e la sua storia? Può intestarsi la responsabilità dell’affossamento di una legge (per quanto imperfetta) che ha presentato e sostenuto con forza ed esibito fino a ieri come una medaglia al valore? Può esporre l’Italia, dopo un iter legislativo durato due anni e più, al rischio di un fallimento che la coprirebbe di ridicolo, che resta la più pesante delle pietre sepolcrali per la credibilità di un Paese? Il destino del ddl Concorrenza, a questo punto, è tutto nelle risposte che il partito di Renzi vorrà e saprà dare a questi interrogativi.