Assofarm: “Home delivery, occhio alla comodità, è un rischio”

Roma, 2 febbraio – Il percorso di dematerializzazione delle ricette, con la conseguente riduzione del peso della burocrazia che grava sull’atto di dispensazione del farmaco (in particolare la via crucis a carico dei cittadini: vai dal medico, fatti fare la prescrizione, ritirala, portala in farmacia per “spedirla e ritirare il farmaco) ha subito nel corso dell’ultimo anno – anche sulla spinta dell’emergenza pandemica e della necessità di ridurre al massimo le occasioni di esposizione al rischio di contagio –  una straordinaria accelerazione, culminata da ultimo con l’estensione della digitalizzazione alle ricette bianche in forza del decreto del 30 dicembre 2020 del ministero dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il ministero della Salute, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 gennaio scorso.

Quest’ultima novità è stata accolta, sulle prime, da un coro pressoché unanime di commenti favorevoli, in particolare per i benefici che ne potranno derivare in materia di tracciatura e monitoraggio del percorso e dell’impiego dei medicinali. Solo ultimamente hanno trovato spazio anche riflessioni più meditate, dalle quale sono memersi dubbi e perplessità in ordine ai cambiamenti che i processi in atto potrebbero produrre sul mondo della farmacia.

LVisualizza immagine di originea più recente di queste riflessioni arriva da Assofarm, la sigla delle farmacie pubbliche, e più precisamente dal suo segretario generale Francesco Schito (nella foto),  che nell’editoriale a sua firma pubblicato sull’ultimo numero del notiziario associativo  si è concentrato in particolare sulla spinta che l’inserimento delle prescrizioni farmaceutiche in un sistema digitale potrà dare a modalità diverse di consegna dei  farmaci, a partire da quella a domicilio del farmaco. Servizio molto apprezzato dai clienti  e che, ragionevolmente, è destinato a crescere esponenzialmente, per la combinazione tra la minore mobilità prodotta dall’emergenza pandemica e la crescita continua delle quote di popolazione anziana e affetta da comorbidità, per la quale ricevere i farmaci, prima e più ancora che una commodity sarà una necessità.

Il fatto che, a partire da questo mese, il paziente si recherà in farmacia col numero di ricetta bianca elettronica (Nrbe) o con il codice fiscale, e il farmacista dispenserà il farmaco prescritto apre ovviamente la possibilità che quel numero possa essere comunicato a distanza, in maniera più semplice e diretta, inserendolo appunto in un sistema digitale, che renderanno molto più agevole attivare processi automatici di consegna a domicilio del farmaco, è il punto di partenza del ragionamento di Schito. Che – in questa pressoché ineluttabile ricaduta della ricetta digitale – intravvede fenomeni potenzialmente “nocivi per la farmacia e per la cultura sanitaria italiana”.
“Immaginare sistemi distributivi a domicilio del farmaco rimanda ad una più generale cultura ‘della comodità’ davvero imperante nella nostra società” scrive il segretario di Assofarm. “Così imperante da non farci più riflettere sui possibili effetti collaterali generati da certe pratiche comode. Milioni di italiani comprano quasi tutto online perché è comodo, ma sappiamo che il risvolto di questa medaglia è la perdita di migliaia di posti di lavoro nel commercio al dettaglio”.
Gli esempi al riguardo no mancano e Schito ne cita qualcuno: “Milioni di italiani cenano con pasti serviti a casa loro da app di food delivery. È certamente comodo, ma sappiamo che i rider sono lavoratori sottopagati e senza tutele contrattuali. Sappiamo anche che Amazon, Just Eat e compagnia bella non hanno migliorato i bilanci di aziende produttrici e ristoranti. Li hanno invece resi dipendenti dai sistemi distributivi e dai capricci provvigionali di questi grandi player globali”.
Il timore di Schito è che quando potranno spedire a casa del paziente farmaci prescritti online dal medico, le farmacie diventeranno l’ennesimo servizio “comodo” per il cittadino. Un fenomeno, secondo il dirigente delle farmacie pubbliche, gravido di controindicazioni.
“La prima che ci viene in mente è che non è detto che le farmacie che forniranno questo servizio saranno le nostre farmacie, le farmacie private o comunali così come le conosciamo oggi” scriva il segretrio generale di Assofarm. “Dallo scorso agosto Amazon Pharmacy è un marchio registrato presso l’ufficio Ue per le proprietà intellettuali. Vale anche la pena di ricordare come da anni il nostro sistema sia oggetto di attenzioni di chi vorrebbe rendere possibili maggiori aggregazioni proprietarie e ridurre il ruolo del farmacista professionista”.
Ciò a significare che “una maggiore comodità di acquisto del farmaco, al di là dei risvolti sanitari della questione, non necessariamente significa un futuro più roseo per le nostre farmacie” evidenzia Schito. “Se cadremo nella tentazione di sacrificare il rapporto diretto col paziente e di degradare la relazione consulenziale, se saremo disposti a perdere il nostro unicum professionale a vantaggio di una maggiore snellezza distributiva, allora diventeremo sempre più dei ‘logisti’ e sempre meno degli operatori sanitari. Esponendoci così alla competizione del mercato della logistica.  Ma c’è di più. In un contesto di distribuzione automatizzata a domicilio, che senso avrebbe la pianta organica? Quanti dipendenti di farmacia sopravviverebbero ad un drastico calo dei passaggi quotidiani nel presidio fisico?”
“Insomma, multinazionali e distributori globali vedono nel farmaco una grande opportunità, e di conseguenza fanno il loro gioco, come è normale e legittimo che sia” conclude Schito. “Sorprende però che una parte non inconsistente delle farmacie italiane sia tentata dal fare lo stesso gioco. Un gioco per il quale non siamo e non saremo competitivi, e che ha già visto illustri sconfitti in altri settori economici.  Se vogliamo vincere la partita della nostra sopravvivenza, una sopravvivenza peraltro ricca di senso sociale, dobbiamo invece imporre il nostro gioco. Non è il gioco della comodità, ma quello della sicurezza sanitaria, della presenza territoriale, del rapporto personale col paziente, del valore aggiunto al Servizio sanitario nazionale”.