Asfi: “Farmacia presidio di salute, inaccettabile metterlo in dubbio”

Roma, 20 febbraio –  L’identità di presidio di salute della farmacia non è in discussione e non si tocca. Questo il lapidario messaggio che l’Asfi, l’Associazione scientifica farmacisti italiani presieduta da Maurizio Cini, ha voluto subito diramare dopo la diffusione del decalogo per gestire le intolleranze alimentari realizzato dall’Adi, l’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione clinica, insieme ad altre società scientifiche, sostenuto dalla federazione professionale dei medici (Fnomceo) e validato dal ministero della Salute (cfr. RIFday del 15 febbraio).

Al punto 3 di quel decalogo, presentato nei giorni scorsi, la farmacia è citata infatti tra le strutture “non specificatamente sanitarie” (come centri estetici, palestre, laboratori e altre strutture non specificatamente sanitarie) dove non bisogna effettuare test per intolleranze alimentari non validati scientificamente, perché “solo il medico può fare diagnosi”.

La farmacia è da sempre parte integrante del Sistema sanitario e l’orientamento normativo più recente (i decreti ministeriali che istituiscono e disciplinano la ‘Farmacia dei servizi’) è teso a rafforzare tale integrazione, affidando alla farmacia nuovi compiti nel campo della prevenzione e del mantenimento della salute dei nostri concittadini”  obietta e precisa l’Asfi in un comunicato stampa pubblicato  sul suo sito.

“I farmacisti Italiani sono i professionisti sanitari di riferimento sul territorio, i più disponibili e facilmente raggiungibili, a cui ci si può rivolgere con fiducia, sicuri di ricevere una risposta competente e disinteressata” continua la nota del sodalizio professionale. “Non meritano di essere accomunati al ‘personale non sanitario’  che opera, senza nessuna formazione universitaria, in ‘palestre e centri estetici’, come risulta dal punto 3 del Decalogo nella versione anticipata dalla stampa”.

“Quest’inaccettabile definizione dispiace particolarmente, poiché il documento è per gli altri versi ineccepibile”  scrive ancora l’Asfi, affermando di condividere “convintamente” e “fare propri gli altri consigli in esso contenuti”.

Ma all’associazione presieduta da Cini, evidentemente, non sfugge che la dignità di professionisti della salute dei farmacisti non è un requisito posseduto a prescindere, sempre e comunque, ma deve essere validato in permanenza, giorno dopo giorno, con comportamenti coerenti e conseguenti nell’esercizio della professione.  E dunque non perde l’occasione per un “avviso ai naviganti” in camice bianco e caduceo,  ricordando che, “per salvaguardare il patrimonio di fiducia che i nostri concittadini riservano alla nostra professione, è necessario che essa sia esercitata sempre ponendo la massima attenzione all’eticità del proprio comportamento, alla qualità del servizio e alla selezione delle prestazioni erogate”.

In particolare,  l’associazione scientifica presieduta da Cini “invita i farmacisti italiani a diffidare di fornitori di beni e servizi che propongano alla farmacia l’acquisto o il noleggio di apparecchiature che erogano alla clientela test non validati dalla comunità scientifica, e che non siano certificati CE per l’autoanalisi”.

Come dire, insomma, che se l’Adi, facendo della farmacia, nel suo decalogo, un’erba qualsiasi del fascio delle “strutture non propriamente sanitarie” si rende colpevole – senza se e senza ma – di una valutazione a dir poco sbagliata e offensiva, bisogna in ogni caso prestare la massima attenzione a non fornire il benché minimo pretesto per simili, erronee sortite.

L’unico modo per farlo, suggerisce l’Asfi, è appunto quello di eliminare in radice ogni scivolata,  anche solo per distrazione, verso scelte e comportamenti  (come appunto quello di dare spazio a test “farlocchi”) non congruenti con quello status di presidio di salute che le è proprio e che la farmacia legittimamente rivendica.