Aderenza terapeutica, la soluzione è semplice: parlare col paziente

Roma, 9 novembre – L’informazione puntuale ed esaustiva al paziente sull’azione e gli effetti del farmaco prescrittogli è essa stessa una “medicina”, dal momento che migliora considerevolmente l’aderenza alla terapia e, per conseguenza, la sua efficacia.

A confermarlo è una ricerca condotta da Cameron Smyres della University of California di San Diego, pubblicata sul numero di ottobre di Annals of Emergency Medecine.

Smyres,  insieme a un gruppo di colleghi delle emergency room e dei pronto soccorso, ha esaminato 1268 pazienti nell’arco di 18 mesi, scoprendo che quando i medici si soffermavano a spiegare l’azione del farmaco prescritto e la sua importanza nella cura del caso specifico,  l’adesione alle cure migliorava significativamente. Il risultato, per quanto banale e scontato possa apparire, è risultato così rilevante da guadagnarsi una presentazione alla riunione annuale dell’American College of Emergency Medicine.

Rispetto a quelli che ricevevano la prescrizione senza spiegazioni aggiuntive, i pazienti informati erano propensi in misura doppia a seguire le indicazioni del medico e tra coloro che, sensibilizzati al riguardo, consideravano il medicamento ‘molto importante’, l’adesione era del 95%, contro il 55% di quelli che non percepivano la prescrizione come tale.

Sembra dunque possibile concludere che per risolvere il problema dell’aderenza terapeutica (praticamente un paziente su due, secondo le rilevazioni, smette di assumere il farmaco, oppure si aggiusta la dose o ancora salta alcune assunzioni) bisogna partire dalle cose più ovvie e semplici, anche se poi nella prassi non sono né così ovvie, né così semplici. È infatti fondamentale che i professionisti che prescrivono o somministrano il farmaco abbiano un’adeguata formazione sulla relazione terapeutica e, soprattutto, un’attitudine che li porti a investire in essa il tempo necessario per motivare la propria scelta terapeutica e, magari, rispondere alle eventuali domanda del paziente, se necessario incoraggiandole. Perché funzioni, però, il patient engagement (coinvolgimento del paziente) deve passare attraverso modalità di scambio di informazioni adeguate al livello delle capacità di comprensione del paziente: parlare in “scientifichese” o “medichese”, insomma, in questi casi è perlomeno inutile, se non controproducente.

Secondo uno studio del 2013 pubblicato dalla rivista Health Affairs e riportato agli onori delle cronache all’inizio del 2017 dal Wall Street Journal, richiamati ieri in Italia da un post di Johann Rossi Mason sul blog di  Huffington Post, i pazienti che sono stati incoraggiati a rivedere le opzioni e sono stati più coinvolti nelle scelte hanno costi medici più bassi del 5,3% a cui si è aggiunto un 12,5% in meno di ricoveri ospedalieri e un minor numero di interventi di chirurgia elettiva.

Una revisione sistematica riporta che nel 63% degli studi inclusi la maggior parte dei pazienti esprimeva il desiderio di partecipare attivamente alle decisioni terapeutiche che li riguardavano, con un trend in progressivo aumento: dal 50% al 73% degli studi pubblicati prima e dopo il 2000. Il dato emerge in particolare per i pazienti oncologici: nell’85% dei 27 studi pubblicati a partire dal 2000 la maggior parte dei pazienti desiderava essere coinvolto nelle decisioni terapeutiche.